1 Aprile
Io e la mia stanza - Cagliari
La mia stanza è grande. Lo dico sempre così, anche se ho imparato che “grande” è una parola che cambia con la gola che la pronuncia. Per una formica è un continente, per un dio una tazzina da caffè. Io non sono nessuno dei due, ma la stanza insiste a essere grande lo stesso.
Le pareti sono scure, non nere. Se vi appoggio l’orecchio sento un ronzio fine. Quando parlo le frasi ci ribalzano sopra e tornano indietro cambiate. Ho provato a contare le sfumature del colore: una sera sono arrivato a dodici, poi mi sono perso tra la tredicesima e la quattordicesima, che litigano fra loro.
C’è una sola finestra con cornice grigiastra, di metallo freddo. Il vetro è molto sottile. Non si apre mai. Non è bloccata, mi hanno detto, è solo che non serve. Le cose che non servono qui diventano impossibili, senza bisogno di chiavi. La guardo spesso per controllare se anche io sono diventato così.
Un piccolo sospensorio in marmo sporge dalla parete come una lingua trattenuta. Sopra, la televisione. Ha il tubo che scende dietro, una coda nera che sconfina oltre il bordo. Il telecomando è accanto, un cimitero di numeri sbiaditi. Il tasto di accensione quasi non si vede più, lo riconosco per memoria tattile: è una fossetta liscia tra croste di plastica. Penso spesso che, se sparissero tutte le scritte, saprei ancora accendere il mondo a tentoni. A fianco, una bottiglia verde contiene l’acqua. Non la riempio mai io. Si svuota e si riempie. Ho cercato di sorprenderla vuota: torno dal letto all’improvviso, ma è sempre in anticipo su di me. Forse l’acqua ha un suo turno di guardia, o magari é solo la mamma.
Sotto, la stufetta. Era bianca come il latte, ora è gialla come i denti dei vecchi cavalli nei miei vecchi libri illustrati. Una volta ne leggevo molti. Soffia aria calda da una bocca a griglia. Nei giorni freddi la ringrazio. Nel periodo caldo la temo anche da spenta. In alto a destra, sulla parete opposta, c’è un foro. Non grande, non piccolo: sufficiente. Quando il mio corpo inizia a tremare, dal foro vedo scendere palline biancastre lungo un’altra parete bianca che non è la mia. Cadono lente. Si fermano nella rientranza che innerva lo spessore del buco, appena toccano la superifice spariscono.
La libreria occupa un’intera parete. Le ante non si possono aprire. All’interno é vuota, nemmeno la polvere vi giace. Mia madre legge molto. Dice che sono il suo bambino. Lo dice al presente, ne sono contento. Mio padre non lo vedo spesso. Qualche volta mi ha fatto suo ( l’espressione è sua, non mia) e ogni volta ho sentito come un timbro invisibile sul polso. Poi sbiadisce.
La mia stanza è molto grande. Io ho tante cose. Le ho contate molte volte e il numero cambia sempre di uno. Gli oggetti sono timidi.
Il pavimento é bianco. A terra è spoglio. Mi hanno detto che bisogna lasciare libero il passaggio. Il passaggio di cosa non mi è mai stato detto. Ho provato a immaginare processioni minuscole, eserciti di spilli e animali trasparenti con documenti in regola. Potrei fare il controllore. In basso, vicino alla porta di metallo, ci sono sei buchi in due file verticali da tre. Perfetti. Li ho misurati con la punta delle dita. Ci infilo la presa per riscaldare la ciotola che mi porta mamma. Premo il pulsante (blip!) e quando il calore supera le ammaccature dei miei polpastrelli il pasto é pronto. Il dolore è un buon orologio. Due verdure e una proteina, mi dice sempre. Mi portano sempre le stesse cose, credo abbiano capito che mi piace molto. Il letto è piccolo (oppure io sono lungo) non rifaccio mai le coperte. Il bordo è di legno azzurro, la sponda più blu. Il lenzuolo è sottile: alla luce la mia mano diventa un animale marino. Ci sono vecchie macchie bianche adesso gialle e irrigidite. Sopra, la coperta riempita di piume: una nuvola calda. Quando ci entro sparisco. Il soffitto è bianco, con cicatrici di stucco messe da mio padre. Diceva che chiudere una crepa è come finire una frase. Le lampadine sono gialle, tranne una che vira al blu: la considero la stella polare della stanza. Se mi perdo, alle volte succede, guardo lei e mi ricompongo.
L’armadio verdognolo sta tra la porta e l’angolo polveroso. Ha bolle nella vernice. Vicino alla serratura, graffi profondi mostrano il legno sotto: un secondo armadio. Quando lo apro emette un lamento acuto, non mi scuso. Odora di lana umida e zucchero. Dentro: pigiami identici che pungono, diverse mutande e alcuni calzini per i giorni di brividi. Il ripiano superiore è vuoto. Accanto, il mobiletto basso con il cerchio biancastro, l’impronta di quando mangio. Il primo cassetto scorre docile: dodici penne blu, un blocco di fogli immacolati, una scatolina di fiammiferi vuota. Il secondo cassetto si apre a scatto ed è vuoto.
Mi piace contare le cose. Mamma mi ha detto che si chiama fare l’inventario. Se smettessi di elencarle, forse la stanza si accorcerebbe e i miei pezzi sparirebbero. Io conto loro e loro contano me. Io sono un po’ finestra che non si apre, un po’ tasto consumato e un po’ armadio che si lamenta. Spero che non mi amputeranno le cose.
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